Emozioni sulla linea del Tempo

Durante le vacanze natalizie ho partecipato ad un bellissimo incontro online tenuto da una ragazza americana che da un po’ di tempo seguo tramite Instagram, Rukmini Poddar, un’artista americana che dà spunti quasi quotidiani per dare un’immagine alle proprie emozioni. La sua pagina e il suo blog sono pieni di emozioni disegnate che, come dice, sono tanto personali e intime, quanto universali e pertanto pubbliche.
Mi piace ricevere la sua newsletter perchè riporta le sue riflessioni personali, dando però sempre un piccolo tema e spunto per approfondirlo in noi. Ogni volta poi condivide le sue inspirazioni, come letture, canali video e citazioni.
Da un po’ di tempo tiene anche corsi e lezioni online per imparare a fare noi stessi questa cosa di usare le immagini per rappresentare ciò che sentiamo, ma ammetto di non aver mai partecipato – n.b. se partecipassi a tutti i corsi e gli incontri online che mi interessano anche solo vagamente non potrei più lavorare o fare altro durante la giornata.
Questo di fine dicembre però era un incontro limitato, io ero in ferie, era gratuito e Looking back and Letting go 2020 mi sembrava un bel tema.
Riavvolgere il nastro, provare a scorrere con l’occhio della mente lo svolgimento dei mesi che a tratti non sembravano passare e poi invece ci hanno portati qui; provare a rappresentarli su un foglio, con le matite o gli acquerelli, colori che come le emozioni si fanno riconoscere, ma molte volte poi si mescolano. E guardare come si sono mosse, alzate, abbassate, uscite, rientrate. Pensare a ciò che vogliamo tenere di questo tempo trascorso e ciò che invece vogliamo affidare al vento perchè non ci serve più…

Ecco la galleria dove alcuni di noi partecipanti abbiamo inviato la nostra Linea del Tempo delle emozioni dell’anno, uno degli esercizi proposti
https://dearruksi.wixsite.com/website
sono tante, tutte diverse – e spesso bellissime – e mostrano gli infiniti lati di un’esperienza che è stata sia universale che immensamente personale.

Ok, oggi non sono ispirata per scrivere oltre, ma voglio condividerle.

Lascio anche qui di seguito alcuni link per vedere il suo lavoro, che è molto più ampio di ciò che ho scritto in poche righe
https://dearruksi.com/
https://www.instagram.com/dearruksi/ (galleria dei suoi lavori)
https://www.instagram.com/rockinruksi/ (personale/professionale)
https://campsite.bio/dearruksi

Un esercizio di attenzione

Trovate un luogo tranquillo, che sia fuori dalla folla e dalla confusione, preferibilmente con element naturali.
Potete decidere di rimanere fermi, in piedi, seduti o sdraiati, oppure camminare. Iniziate dandovi un tempo massimo di dieci – quindici minuti poi di volta in volta potrete aumentare. Non chiedetevi subito mezz’ora altrimenti è alta la probabilità di fallire.
Prendetevi del tempo per stare da soli, ma se proprio qualcuno decide di seguirvi che sia al massimo una persona; la cosa importante sarebbe di evitare di fare conversazione o, ancora peggio, salotto. E’ lecito condividere ciò che trovate se vi rendete conto che non è controproducente. Altrimenti meglio optare per un fruttuoso silenzio con accurato evitamento di saluti e scambi di cortesia con estranei passanti.
Munitevi di macchina fotografica. No telefono, no tablet, no altro; una macchina fotografica. E iniziate.
Che vi troviate fermi in un punto o siate in cammino, guardatevi attorno, cercate cinque cose da osservare e, nel primo giro, fate delle foto. Cercate cinque suoni da ascoltare, sentite da dove provengono, da cosa sono prodotti, come sono fatti. Percepite cinque cose con il tatto, che può essere quello delle mani, ma anche quello del corpo e del viso, e almeno un odore da annusare.
Fateci caso, dategli attenzione, concentratela li.
E basta.
Non fate telefonate, non rispondete ai messaggi, non leggete il giornale, non ascoltate musica. Non parlate del nuovo Dpcm, nè di vostra zia che vi fa i regali brutti. Non compilate la lista dei regali di Natale vendicativi da fare a vostra zia, non parlate nè male nè bene del vostro vicino di casa.
E se accanto a voi c’è una piccola persona che pone domande su ciò che vede e che racconta ogni cosa che le passa per la testa, rispondete pure, ma rimanendo sul contesto e riportando il discorso sul momento. Passato il tempo stabilito, potete smettere con le foto e rimanere semplicemente in silenzio, fermi dove vi trovate o, se in cammino, tornando indietro alla partenza.
All’inizio può essere difficile, ma con il tempo anche il vostro tempo si allungherà. Ci potrebbero essere tentazioni – Non ho risposto al messaggio di Tizia – Non ho la cena!. Bene, la cosa importante è che di volta in volta riusciate sempre di piu’ a rimandarle, e a trovare un momento piu’ opportuno per occuparvene piu’ tardi.
Tutto qua. Quanto siamo fuori esercizio?
Per conferma, dopo una prima prova, provate per almeno cinque minuti a percorrere la stessa strada o rimanere nello stesso posto scorrendo le notizie sul cellulare o facendo una chiamata. Quando chiudete, guardatevi attorno e notate cosa è cambiato attorno a voi rispetto a cinque minuti prima e cosa ricordate.
Anche se vi sembra una cosa piccola, questa è attenzione.

Di corsa.

Dov’è il traguardo? Cosa si vince alla fine?
No, perchè questo periodo mi sembra così ricco di gare che se proprio devo correre vorrei almeno avere qualche dettaglio…
Molti di noi stanno uscendo di casa dopo due mesi, da una situazione che non avevamo mai vissuto e io, libera professionista sanitaria con studio privato in cui mi occupo principalmente di bambini, no, non me la sono sentita di aspettare il 4 maggio seduta davanti all’ingresso con la borsa pronta per tornare al lavoro.
Ho avuto paura, mi sono sentita confusa, e per questo ho aspettato prima di mettere piani e progettare; ho avuto paura di perdere le abitudini e le scoperte fatte in questo periodo, di essere obbligata a tornare ad una normalità che non sempre mi corrispondeva.
Ho avuto paura di non saper gestire la situazione nuova, di soccombere allo stress, di non riuscire a tornare a parlare con tante persone diverse in un giorno e attraverso le mascherine. Ho avuto paura di dover scegliere e rischiare di mettere in pericolo la salute dei miei pazienti e la mia; mi sono sentita confusa su cosa fare e come farlo e se fosse opportuno farlo.
E quindi, sono stata squalificata.
Da cosa?
Dalla gara di quelli che ora vogliono a tutti i costi far sapere che la passione li spinge a riprendere e che devono farlo il prima possibile. Attenzione, non sto parlando di chi ammette che teme la situazione economica; parlo della profusione di messaggi ricchi di buone intenzioni nei quali chi, come me, si occupa di persone e terapie, si sente in dovere di far sapere che chi ha tanta passione appena possibile riapre, che chi ha tanta passione un modo lo trova, che chi ha tanta passione può resistere a tutto, che chi…
Che chi usa espressioni assolute, dovrebbe starci attento.
Perchè fanno effetto, perchè ci danno certezze, ci fanno sentire sicuri (e forse sbaglio io a non usarne così tante…), fanno sentire sicuri gli altri, che poi alla fine ci credono.
Ci credono le persone che ti ascoltano, ci credono i tuoi colleghi; ci credono anche quelli che hanno paura, che per un momento magari, se non proprio sempre sicuri di sè, vacillano e non si sentono più sicuri di niente e si sentono sbagliati perchè la loro passione si è permessa di lasciare spazio alla paura e alla confusione. E non si trovano più.
I nostri modi di esprimerci in modo assoluto non servono a nulla.
Quanto vorrei che la si smettesse di considerare appassionati e coinvolti solo coloro che sanno mettere in vetrina la loro passione e dirla a tutti, quasi a troppi, quasi troppo.
Li sto silenziando tutti, sui social, quelli che si fanno le foto con le mascherine, le visiere, gli schermi e gli occhiali al lavoro, anche quando sono ben lontani dall’occuparsi di pazienti con gravi patologie, eppure si sentono eroi perchè la passione li ha spinti fuori, perchè la paura non li ha vinti, e devono salire il gradino e dirlo a tutti.
La passione c’è anche dietro le quinte, fuori dai social, senza le foto con le didascalie importanti e ricche di patòs. Sono anche negli studi e nelle attività chiuse dove per tanti motivi le persone non parlano; forse non vogliono, forse non ci riescono. Forse sono comodi dove stanno e stanno ricaricando le batterie per evitare di rimanere senza appena usciti.
Ecco, visto, basta usare un anche e un forse una frase assoluta diventa aperta, morbida, coi confini più labili e più reali.
Come avevo previsto settimane fa, ciò che davvero sarà – ed è già -importante al diminuire dell’emergenza influenzale è la salute mentale di tutti, di chiunque, e la nostra, di persone che si occupano di altre persone, non lo è da meno: se non mi prendo cura del mio benessere non avrò benessere da trasmettere alle persone di cui mi prendo cura.
E io la pettorina con il numero di gara non la voglio.


Bisogna tornare a vivere?

Negli scambi di messaggi con un’amica in questi giorni mi è arrivato questo spunto: bisogna tornare a vivere.
Sapevo che le nostre esperienze di questo periodo di ‘quarantena’ fossero molto diverse, ma non avevo ancora proprio pensato a questa prospettiva.
Da quando mi sono trasferita in un appartamento non avevo mai realizzato quanto mi mancasse il verde, per cui se penso a qualcosa che mi sta mancando in questo momento, penso a quanto vorrei uscire per stare anche soltanto in mezzo a un prato. E sicuramente non mi piacerebbe vivere per sempre senza potermi mai spostare.
Intanto però mi interrogo sul cosa mi risuona tanto strano in alcune espressioni usate in questa situazione.
In queste settimane i miei interessi hanno confermato di essere tanti, tanto che non accettano di essere guardati a ore o giorni. No, vogliono delle settimane. Per cui una settimana l’ho passata a seguire lezioni sulla floriterapia, un’altra a riprendere disegni e acquerelli, un’altra ancora a scoprire più cose sullo yoga e il benessere olistico, e un’altra alla ricerca di corsi sugli ambiti che vorrei approfondire nel mio lavoro. Ok, funziono a settimane. Ma come potrei con una normale giornata lavorativa dedicarmi anche a tutto questo?
Semplice, prima non lo facevo. Ci dedicavo qualche momento qua e là oppure alla fine, per stanchezza o per pigrizia, rimandavo.
Quando però ho ritirato fuori tutto dai cassetti degli accantonamenti, ho anche realizzato quanto sia complicato tenere insieme una mente in cui continuo ad aprire e chiudere contenitori o a dare spazio a ciò che viene obbligato dall’esterno invece che a quello in cui continui a sentir bussare.
Oggi, seduta su un divano davanti alla finestra, mi sono chiesta: ma come siamo arrivati a ritenere normale stare fuori casa tutto il giorno per dedicarci a giornate lavorative spesso estenuanti? agli sguardi di commiserazione verso chi non riesce ad ottenerle? alla necessità di avere un lavoro che sia legato ad altri o ad una struttura più grande e al rimando all’esterno della propria soddisfazione?
E soprattutto, alla necessità che sia così per tutti, come al contrario, in altri momenti, questo era precluso a specifiche categorie di persone. Le scuole chiuse, le aziende chiuse, le persone a casa… E’ tutto un grande campo di discussioni e di elaborazioni. Obblighi e divieti, che spesso buttano tutti in grandi categorie che poi, in un verso o nell’altro, non funzionano mai.
Ogni persona e ogni situazione è diversa. Ma ancora me lo chiedo se è una spinta interna quella di dedicarci ad una e una sola attività a tempo pieno, tornando a casa e alla nostra famiglia solo per poche ore al giorno.
Mi chiedo se sia possibile qualcosa di diverso, un modo di vivere dove è il come voglio vivere che mi porta a scegliere cosa fare per arrivarci, non a cosa o dove voglio arrivare ad adeguarmi a tutti i costi.
Non mi interessa il lusso di poter passare la giornata sul divano a seguire le evoluzioni delle mosche, o la possibilità di avere gratuitamente tutte le possibilità del mondo.
Potrebbe essere questa l’occasione per chiederci davvero cosa bussa dentro di noi e come vorremmo vivere?


Radura

Una radura è uno spazio aperto all’interno di un bosco. Uno spazio di respiro, dove la luce entra più facilmente, il passo rallenta e l’aria va più a fondo.
Nella radura lascio attorno a me la parte più fitta, quella che richiede impegno, attenzione, allerta e pensiero per attraversarla, sapendo che non è finita, ma che ho il tempo per appoggiarmi, riposare lo sguardo, prendere fiato. Non guardo avanti, perchè non voglio ripartire subito, ma posso guardare in alto e lì dove sono.
la.radura vuole essere così. Come uno spazio anche della mente dove smetto di correre e mi fermo un momento. Il verde è brillante e la luce è quella giusta, guardo cosa ho raccolto durante la camminata continua dentro il bosco, dove muoversi, stare pronti e riuscire a scoprire pezzo per pezzo la strada richiede fatica.
Nella radura voglio prendere pensieri e idee che dentro il bosco corrono, si arrampicano e si nascondono tra le foglie, ma che lo fanno sia quando è bene che si allontanino, sia quando sarebbe meglio che si lasciassero guardare più da vicino e portare con me.
Lì potrebbero apparire per quello che sono e, attraverso di loro, intravedermi.
Nella radura voglio usare la scrittura, che tanto mi viene meglio rispetto al parlare, parlare di parole, di star-bene, di ciò che mi piace e mi interessa.
Sull’erba, dentro la luce.

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