Di corsa.

Dov’è il traguardo? Cosa si vince alla fine?
No, perchè questo periodo mi sembra così ricco di gare che se proprio devo correre vorrei almeno avere qualche dettaglio…
Molti di noi stanno uscendo di casa dopo due mesi, da una situazione che non avevamo mai vissuto e io, libera professionista sanitaria con studio privato in cui mi occupo principalmente di bambini, no, non me la sono sentita di aspettare il 4 maggio seduta davanti all’ingresso con la borsa pronta per tornare al lavoro.
Ho avuto paura, mi sono sentita confusa, e per questo ho aspettato prima di mettere piani e progettare; ho avuto paura di perdere le abitudini e le scoperte fatte in questo periodo, di essere obbligata a tornare ad una normalità che non sempre mi corrispondeva.
Ho avuto paura di non saper gestire la situazione nuova, di soccombere allo stress, di non riuscire a tornare a parlare con tante persone diverse in un giorno e attraverso le mascherine. Ho avuto paura di dover scegliere e rischiare di mettere in pericolo la salute dei miei pazienti e la mia; mi sono sentita confusa su cosa fare e come farlo e se fosse opportuno farlo.
E quindi, sono stata squalificata.
Da cosa?
Dalla gara di quelli che ora vogliono a tutti i costi far sapere che la passione li spinge a riprendere e che devono farlo il prima possibile. Attenzione, non sto parlando di chi ammette che teme la situazione economica; parlo della profusione di messaggi ricchi di buone intenzioni nei quali chi, come me, si occupa di persone e terapie, si sente in dovere di far sapere che chi ha tanta passione appena possibile riapre, che chi ha tanta passione un modo lo trova, che chi ha tanta passione può resistere a tutto, che chi…
Che chi usa espressioni assolute, dovrebbe starci attento.
Perchè fanno effetto, perchè ci danno certezze, ci fanno sentire sicuri (e forse sbaglio io a non usarne così tante…), fanno sentire sicuri gli altri, che poi alla fine ci credono.
Ci credono le persone che ti ascoltano, ci credono i tuoi colleghi; ci credono anche quelli che hanno paura, che per un momento magari, se non proprio sempre sicuri di sè, vacillano e non si sentono più sicuri di niente e si sentono sbagliati perchè la loro passione si è permessa di lasciare spazio alla paura e alla confusione. E non si trovano più.
I nostri modi di esprimerci in modo assoluto non servono a nulla.
Quanto vorrei che la si smettesse di considerare appassionati e coinvolti solo coloro che sanno mettere in vetrina la loro passione e dirla a tutti, quasi a troppi, quasi troppo.
Li sto silenziando tutti, sui social, quelli che si fanno le foto con le mascherine, le visiere, gli schermi e gli occhiali al lavoro, anche quando sono ben lontani dall’occuparsi di pazienti con gravi patologie, eppure si sentono eroi perchè la passione li ha spinti fuori, perchè la paura non li ha vinti, e devono salire il gradino e dirlo a tutti.
La passione c’è anche dietro le quinte, fuori dai social, senza le foto con le didascalie importanti e ricche di patòs. Sono anche negli studi e nelle attività chiuse dove per tanti motivi le persone non parlano; forse non vogliono, forse non ci riescono. Forse sono comodi dove stanno e stanno ricaricando le batterie per evitare di rimanere senza appena usciti.
Ecco, visto, basta usare un anche e un forse una frase assoluta diventa aperta, morbida, coi confini più labili e più reali.
Come avevo previsto settimane fa, ciò che davvero sarà – ed è già -importante al diminuire dell’emergenza influenzale è la salute mentale di tutti, di chiunque, e la nostra, di persone che si occupano di altre persone, non lo è da meno: se non mi prendo cura del mio benessere non avrò benessere da trasmettere alle persone di cui mi prendo cura.
E io la pettorina con il numero di gara non la voglio.


Bisogna tornare a vivere?

Negli scambi di messaggi con un’amica in questi giorni mi è arrivato questo spunto: bisogna tornare a vivere.
Sapevo che le nostre esperienze di questo periodo di ‘quarantena’ fossero molto diverse, ma non avevo ancora proprio pensato a questa prospettiva.
Da quando mi sono trasferita in un appartamento non avevo mai realizzato quanto mi mancasse il verde, per cui se penso a qualcosa che mi sta mancando in questo momento, penso a quanto vorrei uscire per stare anche soltanto in mezzo a un prato. E sicuramente non mi piacerebbe vivere per sempre senza potermi mai spostare.
Intanto però mi interrogo sul cosa mi risuona tanto strano in alcune espressioni usate in questa situazione.
In queste settimane i miei interessi hanno confermato di essere tanti, tanto che non accettano di essere guardati a ore o giorni. No, vogliono delle settimane. Per cui una settimana l’ho passata a seguire lezioni sulla floriterapia, un’altra a riprendere disegni e acquerelli, un’altra ancora a scoprire più cose sullo yoga e il benessere olistico, e un’altra alla ricerca di corsi sugli ambiti che vorrei approfondire nel mio lavoro. Ok, funziono a settimane. Ma come potrei con una normale giornata lavorativa dedicarmi anche a tutto questo?
Semplice, prima non lo facevo. Ci dedicavo qualche momento qua e là oppure alla fine, per stanchezza o per pigrizia, rimandavo.
Quando però ho ritirato fuori tutto dai cassetti degli accantonamenti, ho anche realizzato quanto sia complicato tenere insieme una mente in cui continuo ad aprire e chiudere contenitori o a dare spazio a ciò che viene obbligato dall’esterno invece che a quello in cui continui a sentir bussare.
Oggi, seduta su un divano davanti alla finestra, mi sono chiesta: ma come siamo arrivati a ritenere normale stare fuori casa tutto il giorno per dedicarci a giornate lavorative spesso estenuanti? agli sguardi di commiserazione verso chi non riesce ad ottenerle? alla necessità di avere un lavoro che sia legato ad altri o ad una struttura più grande e al rimando all’esterno della propria soddisfazione?
E soprattutto, alla necessità che sia così per tutti, come al contrario, in altri momenti, questo era precluso a specifiche categorie di persone. Le scuole chiuse, le aziende chiuse, le persone a casa… E’ tutto un grande campo di discussioni e di elaborazioni. Obblighi e divieti, che spesso buttano tutti in grandi categorie che poi, in un verso o nell’altro, non funzionano mai.
Ogni persona e ogni situazione è diversa. Ma ancora me lo chiedo se è una spinta interna quella di dedicarci ad una e una sola attività a tempo pieno, tornando a casa e alla nostra famiglia solo per poche ore al giorno.
Mi chiedo se sia possibile qualcosa di diverso, un modo di vivere dove è il come voglio vivere che mi porta a scegliere cosa fare per arrivarci, non a cosa o dove voglio arrivare ad adeguarmi a tutti i costi.
Non mi interessa il lusso di poter passare la giornata sul divano a seguire le evoluzioni delle mosche, o la possibilità di avere gratuitamente tutte le possibilità del mondo.
Potrebbe essere questa l’occasione per chiederci davvero cosa bussa dentro di noi e come vorremmo vivere?