Abbiamo sempre vissuto nel castello, S. Jackson – gusci, clausure e pensieri

L’ho visto sullo scaffale in cartoleria e benchè io di recente non legga nessun romanzo che non faccia parte della serie di Flavia de Luce, lo volevo. Data la razzia di libri fatta questo mese (non romanzi), mi sono trattenuta, e ho deciso di prenderlo in biblioteca e in tre giorni me lo sono bevuta. E sono qui a parlarne, perchè, non so bene come, ma se da un lato la cosiddetta pazzia mi ha sempre attratta e respinta al tempo stesso, le assonanze di questo racconto con il periodo che stiamo vivendo hanno fatto risuonare questo effetto in maniera ancora più forte.
Lo pensavo già dalle prime pagine che qualcosa all’orecchio mi suonava strano; ripetizioni di qualcosa di già detto, pensieri magici trascritti come reali e l’universo mentale di una ragazza di diciannove anni che sembra salvarsi dai suoi stessi pensieri vivendo come se avesse tutto il diritto di averne sei, con apici fiabeschi e lunari e maledizioni di morte a chi si comporta male. La sorella più grande è dedita ai lavori di casa, pulisce, cucina, e tiene organizzata una routine che fa da fondamento a tutte le loro sicurezze, mentre lo zio, reduce dall’evento che ha ridotto numericamente la famiglia, cerca di continuo di ricostruire il passato e vive in un continuo avanti e indietro nel tempo, protetto e accudito dalle nipoti.
Sei anni in cui la vita della loro famiglia, già distante e distanziata dalla comunità del popolo, si è definitivamente scissa e rinchiusa dietro i catenacci di due cancelli ai lati del parco attorno a casa, che valica solo Merricat, mentre ci apre la finestra sui suoi pensieri, per tornare nel mondo periodicamente per i bisogni concreti, ma anche in sfida ad un paese che sa mostrare solo disprezzo e cattiveria ad una famiglia marchiata dalla disgrazia.
Ma mentre la storia continua, si fa strada il pensiero che nonostante vivano isolate e nonostante abbiano trovato un equilibrio, questi tre forse stiano cercando di scacciare il dolore di aver perso in un colpo solo, sotto i loro occhi, mangiando la frutta una sera a tavola, madre, padre, fratellino e zia, e che per non vederlo ne abbiano fatto un pacchettino relegato in fondo alla soffitta, chiuso a tripla mandata dentro un baule.
Tra la confidenza del gatto, il nascondiglio nel bosco, le parole magiche che hanno la forza di cambiare gli eventi, e gli amuleti sotterrati e appesi, insieme ai buoni propositi verso lo zio… Cresce la compassione verso un universo così semplice, delicato e spaventato. E ci fa rabbia, e ci da fastidio, quel cugino avido che ad un certo punto si intromette nella loro vita per cercarle di ridestare e magari guadagnarci qualcosa, anche se lo sentiamo che gli succederà qualcosa ad ogni regola di casa non rispettata.
Tutto questo finchè il castello non finisce per metà in cenere, e lo zio le lascia, mentre i paesani colgono l’occasione per rovesciare proprio sopra le macerie tutto l’odio che provano per quella famiglia; addirittura il capo dei vigili del fuoco spegne l’incendio per obbligo morale, ma una volta uscito dal ruolo getta un sasso ad una finestra in segno di disprezzo. Si percepisce la bruttezza strisciante dentro persone normali che non si lasciano sfuggire l’occasione per accusare e deridere e togliere dignità a chi non vive nella media.
Intanto le sorelle sfuggono grazie al loro guscio e si percepisce la paura che le fa allontanare, il timore di essere vista dell’una – sopra ogni cosa – e l’accudimento ossessivo dell’altra nei suoi confronti, il loro chiudersi e rannicchiarsi su se stesse in attesa che tutto passi. Ma quando la burrasca finisce e si ritira la folla, quando a me che ho letto sembrava che nulla potesse esserci oltre l’invasione, l’accusa, gli insulti dei paesani esibito, la follia implode e si scopre che le due si sono appoggiate in ogni modo, che sanno che dietro il baule ce n’è un altro e che hanno un accordo per tenerlo chiuso.
Pur di conservare il loro ecosistema, e pur di parlare di felicità, escludono le parti del castello che non sono più agibili, passano la scopa, raccolgono tra i cocci gli oggetti ancora integri e chiudono le imposte. Tutte le imposte che potrebbero lasciar entrare l’esterno. Rimediano i pezzi per la vita quotidiana, un materasso sul pavimento, qualche tovaglia per coprirsi mentre i vestiti vengono lavati, e cartone, tanto cartone inchiodato alle finestre, sui pochi spiragli rimasti.
Niente esce più all’esterno, nè voci, nè sguardi, neanche le provocazioni per mettere in difficoltà i paesani. Niente si merita più il mondo contro il quale possono solo le parole evocative e le imposte chiuse, e di niente hanno bisogno le due sorelle, perchè vivono del sostegno per l’altra e del sostegno che l’altra le dà, dentro un microcosmo dove anche l’omicidio della famiglia è stato assecondato come una sciocchezza ed è finito in un barattolo da spolverare e rimettere a posto.

Radura

Una radura è uno spazio aperto all’interno di un bosco. Uno spazio di respiro, dove la luce entra più facilmente, il passo rallenta e l’aria va più a fondo.
Nella radura lascio attorno a me la parte più fitta, quella che richiede impegno, attenzione, allerta e pensiero per attraversarla, sapendo che non è finita, ma che ho il tempo per appoggiarmi, riposare lo sguardo, prendere fiato. Non guardo avanti, perchè non voglio ripartire subito, ma posso guardare in alto e lì dove sono.
la.radura vuole essere così. Come uno spazio anche della mente dove smetto di correre e mi fermo un momento. Il verde è brillante e la luce è quella giusta, guardo cosa ho raccolto durante la camminata continua dentro il bosco, dove muoversi, stare pronti e riuscire a scoprire pezzo per pezzo la strada richiede fatica.
Nella radura voglio prendere pensieri e idee che dentro il bosco corrono, si arrampicano e si nascondono tra le foglie, ma che lo fanno sia quando è bene che si allontanino, sia quando sarebbe meglio che si lasciassero guardare più da vicino e portare con me.
Lì potrebbero apparire per quello che sono e, attraverso di loro, intravedermi.
Nella radura voglio usare la scrittura, che tanto mi viene meglio rispetto al parlare, parlare di parole, di star-bene, di ciò che mi piace e mi interessa.
Sull’erba, dentro la luce.

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