Come una grossa moneta.

E’ come una grossa moneta, ed è come se io fossi piccola rispetto alla moneta, grossa e pesante.
Quando la grossa moneta è girata su un lato, oscura tutto; diffonde ombre, non si vede più nulla, copre la luce e tutto diventa pesante e difficile.
Sapere che la moneta ha due facce e che si può girare è già un primo passo, credo che si possa anche passare la vita convinti che nessuna delle due cose sia possibile.
Invece è importante sapere che puoi avvicinarti alla moneta, puoi sollevarla con un colpo secco ben assestato e farla ribaltare.
E quando la moneta mostra quest’altra faccia, si fa giorno. Le ombre cadono, così come il velo che copriva tutto attorno a te. Improvvisamente ti rendi conto che non sei sperduto in una zona buia e minacciosa, ma vedi la luce e tutto ciò che illumina. Riesci a respirare profondamente, l’aria è trasparente, e ti fa sorridere vedere tante cose belle attorno a te; almeno fin quando la moneta non decide di girare di nuovo e cadere lasciando in vista il suo lato più pesante.
Non sempre però si riesce con le sole proprie forze a spingerla abbastanza forte da girarla; talvolta ci si prova, ma ci si arrende in breve tempo perchè risulta troppo pesante per quel momento o per il fatto di aver agito da soli.
Ricordiamolo però: è una grossa moneta, ha due lati diversi, e si può girare.

Il diritto di essere (troppo) sensibili.

Stavo per scrivere ‘il diritto di essere sensibili’, ma non sarebbe stato esauriente; forse ‘differentemente sensibili’, sì, meglio, no peggio! Meglio precisare: troppo sensibili.
Perchè quale sarebbe la differenza tra il promuovere e l’accettare di più l’essere troppo sensibili che il troppo poco, entrambi due apparenti discostamenti dalla media?
Prima di tutto bisogna presupporre un significato piuttosto importante: troppo sensibile non è chi si commuove davanti ad un tramonto color cartolina o al cucciolo della pubblicità della carta igienica.
Il percepire tanto è un fatto di percezione ed elaborazione nervosa, cioè proprio del sistema che ci mette in contatto con il mondo e che in alcuni casi si configura un po’come l’essere una cipolla bianca e non avere più tutta quella bella buccia croccante e dorata sopra, ma soltanto gli strati più interni o addirittura solo quello strato traslucido e quasi elastico che rappresenta l’ultimo passaggio prima di arrivare al frutto.
Anzi, più che percepire tanto, si tratta di percepire in modo più intenso e una buona quantità di stimoli che ci girano intorno; in alcuni casi significa proprio elaborare le informazioni in maniera così intensa, eccessiva e talvolta disorganizzata da sentirsi colpiti e doloranti.
Da qui se ne deduce che uno stimolo di troppo o di eccessiva intensità potrebbe essere poco avvertito da una persona con una sensibilità nella media o addirittura sotto (sempre che siano due gruppi differenti…), ma sarà un potente colpo per qualcuno che di sensibilità ne ha a secchi.
In questo contesto, mi chiedo, chi si potrebbe favorire senza escludere l’altro?
Forse proprio il secondo tra i due, che altrimenti, se non opportunamente tutelato, non potrebbe trovare altra via per conservarsi se non quella di autoescludersi dalla situazione ed evitarla in toto; l’altro soggetto invece, di sensibilità medio bassa, tutt’al più, in caso di necessità di una maggior intensità potrebbe di sua coscienza e a suo piacere ricercare un ulteriore stimolo o aumentarne la portata.

A voler essere pignoli però ci sarebbero ulteriori domande da porre: la persona più sensibile avrebbe quindi più diritto a maggiori diritti rispetto ad una con sensibilità minore, almeno in termini di rispetto delle proprie caratteristiche e della propria espressione?
Beh, anche qui non è che la risposta sia subito data. In termini generali forse sempre per una questione puramente intuitiva: l’alta sensibilità è da sempre collegata ad un maggior interesse verso il bello, il giusto, il buono, o meglio: verso gli stimoli per loro natura armonici ed equilibrati; non si tratta di superiorità, ma di una necessità per stare bene, che poi nel concreto si traduce in interesse per le cose belle, per le arti e la cultura, la crescita positiva, il riguardo, la gentilezza (quando serve), la non invadenza, eccetera eccetera. Eccetera.
E’ una conseguenza quasi casuale che poi questi rappresentino anche dei valori da altri punti di vista.
Quando penso ad una bassa sensibilità invece penso a chi fatica a percepire le grossolanità del brutto, a chi ancora non si scompone – se non si diverte – di fronte a situazioni tristi o addirittura crudeli, a chi non riesce a percepire ciò che è oltre la superficie e si sofferma solo sugli stimoli che arrivano così, per la reazione nervosa pura che gli suscitano, e devono essere stimoli forti, diretti, potenti, perchè altrimenti non suscitano più nulla e cadono nel vuoto come se nemmeno fossero esistiti. Spesso inoltre se il sistema è già assuefatto, come non è raro in una società rapida, disordinata, e chiassosa, servono stimoli più rapidi, più disordinati e più chiassosi affinchè il sistema reagisca.
Anche qui, non si parla per categorie morali, il giusto e lo sbagliato arrivano dopo, nelle cose pratiche e nella loro interpretazione. Ma di solito il collegamento è di facile intuizione.

E quindi nulla, era solo un pensiero, e un po’ per volontà di protesta e un po’ per voglia di scrivere un passaggio un po’ teorico e anche senza troppi fronzoli ed approfondimenti (grandi amici del voler essere complessi) giusto per ricordare il diritto ad essere (troppo) sensibili.

Va sempre tutto bene.

Ieri sera ho avuto la malaugurata idea di accendere la tv. Non paga di questo, ho pure seguito per un buon dieci minuti un ‘talk-show’ e mi sono resa conto che me l’ero dimenticata.
Mi ero dimenticata che quest’anno ci ha resi tutti impeccabili, tutti generosi, pronti a sostenere il prossimo. Preoccupati della salute dei nostri vicini di casa, anche di quello che tutti i giorni ci porta il cane a fare pipì contro il portone. Preoccupati di non intasare un sistema che abbiamo sempre intasato, per qualsiasi motivo, fregandocene della priorità dell’altro perchè in quel momento la nostra caviglia slogata mentre camminavamo in montagna con le espadrillas era la cosa più importante.
Potrei passare un bel po’ di tempo ad elencare ciò che (sembra) siamo diventati bravissimi a fare; visto però che io faccio parte di un gruppo, di una categoria professionale, stringerò la visuale su questo, anche perchè dopo un anno di discussioni, di confronti, di gare podistiche, di dimostrazioni, di guanti e mascherine, sarebbe utile fare un riassunto delle novità. Ma. Non parlerò nemmeno di questo, non in modo diretto almeno, non è ancora il momento.
Entrambe le situazioni però mi hanno ricordato un paio di cose.
Mi hanno ricordato che sono un terapista, ma mi posso ingozzare pranzo e cena con il fritto misto e direi ai miei pazienti che – Unto è bello – e a nessuno importerebbe del mio ruolo da modello per una buona salute alimentare; potrei usare la sedia da ufficio anche per tornare a casa pur di non fare moto, e andrebbe bene comunque;
sono un terapista (e mi occupo di igiene vocale), ma se mi fumo tutte le ciminiere della periferia e quando entro in stanza odoro uguale e tossisco belando, va bene uguale.
Non importa a nessuno se nella mia carriera professionale non vedrò mai uno psicologo per evitare un bornout o per capire meglio la mia scelta di vita, ma continuerò a consigliarlo ai miei pazienti perchè loro sì, che sono pieni di problemi! se non mi sarò preso cura della mia salute mentale, se avrò lasciato entrare le mie frustrazioni personali nella terapia di un paziente o se mi sarò portato a casa i limiti della mia impotenza di fronte a qualche situazione drammatica.
A nessuno importa se lavorerò tutti i giorni a contatto con persone fragilissime, che come un nulla possono passare dall’altra parte e mi faranno interrogare a fondo sul senso della vita, oppure se diventerò impermeabile a tutto questo; potrei andare avanti un’intera carriera ad utilizzare metodi sui quali potremmo interrogarci di eticità e rispetto (e alcuni nostri colleghi, in altre parti del mondo, lo stanno facendo) o di diagnosi e società; non importa se l’unico corso che ho frequentato dal titolo ‘Etica della condizione umana’ risale al mio tirocinio. Posso chiamare ‘amore’ o ‘salame’ i bambini, usare il tono che voglio, che tanto, dove lo seguo un corso di strategie educative da tenere con i figli degli altri?
Posso non saper scrivere bene in italiano, avere o non avere passioni o interessi, essere una persona di cultura oppure no. Posso usare la bicicletta o andare a buttare bottiglie di plastica nel fiume, lavorare da sveglio o da assonnato, essere presente o guardare dalla finestra, volermi conoscere o lasciar tacere tutto, volermi bene o volermi male, essere da esempio o non esserlo, e a nessuno è mai importato (e ritengo validissimo discutere se sia giusto o meno).
Fino ad ora però, perchè ora siamo diventati tutti santi.

Autodediche

Sto per dare inizio a un broadcast di condivisione; in un momento come un altro, ma forse non proprio così uguale, nel quale non è raro trovarsi impantanati in pozzanghere di brutte cose proprio mentre invece si vorrebbe andare avanti sul sentiero.
Vorrei che fosse un modo per accendere anche solo qualche piccola lucetta positiva, dare uno spunto leggero per essere creativi anche con la proprio vita, respirare aria fresca o almeno aprire la finestra, o anche solo condividere ciò che ho conosciuto, sperimentato e percorso finora. Mi faccio quindi un’autodedica:
Dichiaro aperte le strade laterali del mio cammino e che forse erano le principali,
dichiaro messi i paraocchi – e i paracolpi – contro i demoni di sottocoperta; pronti sono anche i gomiti per spingerli fuori bordo.
E che questa radura possa diventare crocevia di passaggi e sentieri talvolta forse molto lontani, ma che percorrono radici comuni e vogliono intrecciarsi verso qualcosa di buono.

Celeste

Abbiamo sempre vissuto nel castello, S. Jackson – gusci, clausure e pensieri

L’ho visto sullo scaffale in cartoleria e benchè io di recente non legga nessun romanzo che non faccia parte della serie di Flavia de Luce, lo volevo. Data la razzia di libri fatta questo mese (non romanzi), mi sono trattenuta, e ho deciso di prenderlo in biblioteca e in tre giorni me lo sono bevuta. E sono qui a parlarne, perchè, non so bene come, ma se da un lato la cosiddetta pazzia mi ha sempre attratta e respinta al tempo stesso, le assonanze di questo racconto con il periodo che stiamo vivendo hanno fatto risuonare questo effetto in maniera ancora più forte.
Lo pensavo già dalle prime pagine che qualcosa all’orecchio mi suonava strano; ripetizioni di qualcosa di già detto, pensieri magici trascritti come reali e l’universo mentale di una ragazza di diciannove anni che sembra salvarsi dai suoi stessi pensieri vivendo come se avesse tutto il diritto di averne sei, con apici fiabeschi e lunari e maledizioni di morte a chi si comporta male. La sorella più grande è dedita ai lavori di casa, pulisce, cucina, e tiene organizzata una routine che fa da fondamento a tutte le loro sicurezze, mentre lo zio, reduce dall’evento che ha ridotto numericamente la famiglia, cerca di continuo di ricostruire il passato e vive in un continuo avanti e indietro nel tempo, protetto e accudito dalle nipoti.
Sei anni in cui la vita della loro famiglia, già distante e distanziata dalla comunità del popolo, si è definitivamente scissa e rinchiusa dietro i catenacci di due cancelli ai lati del parco attorno a casa, che valica solo Merricat, mentre ci apre la finestra sui suoi pensieri, per tornare nel mondo periodicamente per i bisogni concreti, ma anche in sfida ad un paese che sa mostrare solo disprezzo e cattiveria ad una famiglia marchiata dalla disgrazia.
Ma mentre la storia continua, si fa strada il pensiero che nonostante vivano isolate e nonostante abbiano trovato un equilibrio, questi tre forse stiano cercando di scacciare il dolore di aver perso in un colpo solo, sotto i loro occhi, mangiando la frutta una sera a tavola, madre, padre, fratellino e zia, e che per non vederlo ne abbiano fatto un pacchettino relegato in fondo alla soffitta, chiuso a tripla mandata dentro un baule.
Tra la confidenza del gatto, il nascondiglio nel bosco, le parole magiche che hanno la forza di cambiare gli eventi, e gli amuleti sotterrati e appesi, insieme ai buoni propositi verso lo zio… Cresce la compassione verso un universo così semplice, delicato e spaventato. E ci fa rabbia, e ci da fastidio, quel cugino avido che ad un certo punto si intromette nella loro vita per cercarle di ridestare e magari guadagnarci qualcosa, anche se lo sentiamo che gli succederà qualcosa ad ogni regola di casa non rispettata.
Tutto questo finchè il castello non finisce per metà in cenere, e lo zio le lascia, mentre i paesani colgono l’occasione per rovesciare proprio sopra le macerie tutto l’odio che provano per quella famiglia; addirittura il capo dei vigili del fuoco spegne l’incendio per obbligo morale, ma una volta uscito dal ruolo getta un sasso ad una finestra in segno di disprezzo. Si percepisce la bruttezza strisciante dentro persone normali che non si lasciano sfuggire l’occasione per accusare e deridere e togliere dignità a chi non vive nella media.
Intanto le sorelle sfuggono grazie al loro guscio e si percepisce la paura che le fa allontanare, il timore di essere vista dell’una – sopra ogni cosa – e l’accudimento ossessivo dell’altra nei suoi confronti, il loro chiudersi e rannicchiarsi su se stesse in attesa che tutto passi. Ma quando la burrasca finisce e si ritira la folla, quando a me che ho letto sembrava che nulla potesse esserci oltre l’invasione, l’accusa, gli insulti dei paesani esibito, la follia implode e si scopre che le due si sono appoggiate in ogni modo, che sanno che dietro il baule ce n’è un altro e che hanno un accordo per tenerlo chiuso.
Pur di conservare il loro ecosistema, e pur di parlare di felicità, escludono le parti del castello che non sono più agibili, passano la scopa, raccolgono tra i cocci gli oggetti ancora integri e chiudono le imposte. Tutte le imposte che potrebbero lasciar entrare l’esterno. Rimediano i pezzi per la vita quotidiana, un materasso sul pavimento, qualche tovaglia per coprirsi mentre i vestiti vengono lavati, e cartone, tanto cartone inchiodato alle finestre, sui pochi spiragli rimasti.
Niente esce più all’esterno, nè voci, nè sguardi, neanche le provocazioni per mettere in difficoltà i paesani. Niente si merita più il mondo contro il quale possono solo le parole evocative e le imposte chiuse, e di niente hanno bisogno le due sorelle, perchè vivono del sostegno per l’altra e del sostegno che l’altra le dà, dentro un microcosmo dove anche l’omicidio della famiglia è stato assecondato come una sciocchezza ed è finito in un barattolo da spolverare e rimettere a posto.

Emozioni sulla linea del Tempo

Durante le vacanze natalizie ho partecipato ad un bellissimo incontro online tenuto da una ragazza americana che da un po’ di tempo seguo tramite Instagram, Rukmini Poddar, un’artista americana che dà spunti quasi quotidiani per dare un’immagine alle proprie emozioni. La sua pagina e il suo blog sono pieni di emozioni disegnate che, come dice, sono tanto personali e intime, quanto universali e pertanto pubbliche.
Mi piace ricevere la sua newsletter perchè riporta le sue riflessioni personali, dando però sempre un piccolo tema e spunto per approfondirlo in noi. Ogni volta poi condivide le sue inspirazioni, come letture, canali video e citazioni.
Da un po’ di tempo tiene anche corsi e lezioni online per imparare a fare noi stessi questa cosa di usare le immagini per rappresentare ciò che sentiamo, ma ammetto di non aver mai partecipato – n.b. se partecipassi a tutti i corsi e gli incontri online che mi interessano anche solo vagamente non potrei più lavorare o fare altro durante la giornata.
Questo di fine dicembre però era un incontro limitato, io ero in ferie, era gratuito e Looking back and Letting go 2020 mi sembrava un bel tema.
Riavvolgere il nastro, provare a scorrere con l’occhio della mente lo svolgimento dei mesi che a tratti non sembravano passare e poi invece ci hanno portati qui; provare a rappresentarli su un foglio, con le matite o gli acquerelli, colori che come le emozioni si fanno riconoscere, ma molte volte poi si mescolano. E guardare come si sono mosse, alzate, abbassate, uscite, rientrate. Pensare a ciò che vogliamo tenere di questo tempo trascorso e ciò che invece vogliamo affidare al vento perchè non ci serve più…

Ecco la galleria dove alcuni di noi partecipanti abbiamo inviato la nostra Linea del Tempo delle emozioni dell’anno, uno degli esercizi proposti
https://dearruksi.wixsite.com/website
sono tante, tutte diverse – e spesso bellissime – e mostrano gli infiniti lati di un’esperienza che è stata sia universale che immensamente personale.

Ok, oggi non sono ispirata per scrivere oltre, ma voglio condividerle.

Lascio anche qui di seguito alcuni link per vedere il suo lavoro, che è molto più ampio di ciò che ho scritto in poche righe
https://dearruksi.com/
https://www.instagram.com/dearruksi/ (galleria dei suoi lavori)
https://www.instagram.com/rockinruksi/ (personale/professionale)
https://campsite.bio/dearruksi

Un esercizio di attenzione

Trovate un luogo tranquillo, che sia fuori dalla folla e dalla confusione, preferibilmente con element naturali.
Potete decidere di rimanere fermi, in piedi, seduti o sdraiati, oppure camminare. Iniziate dandovi un tempo massimo di dieci – quindici minuti poi di volta in volta potrete aumentare. Non chiedetevi subito mezz’ora altrimenti è alta la probabilità di fallire.
Prendetevi del tempo per stare da soli, ma se proprio qualcuno decide di seguirvi che sia al massimo una persona; la cosa importante sarebbe di evitare di fare conversazione o, ancora peggio, salotto. E’ lecito condividere ciò che trovate se vi rendete conto che non è controproducente. Altrimenti meglio optare per un fruttuoso silenzio con accurato evitamento di saluti e scambi di cortesia con estranei passanti.
Munitevi di macchina fotografica. No telefono, no tablet, no altro; una macchina fotografica. E iniziate.
Che vi troviate fermi in un punto o siate in cammino, guardatevi attorno, cercate cinque cose da osservare e, nel primo giro, fate delle foto. Cercate cinque suoni da ascoltare, sentite da dove provengono, da cosa sono prodotti, come sono fatti. Percepite cinque cose con il tatto, che può essere quello delle mani, ma anche quello del corpo e del viso, e almeno un odore da annusare.
Fateci caso, dategli attenzione, concentratela li.
E basta.
Non fate telefonate, non rispondete ai messaggi, non leggete il giornale, non ascoltate musica. Non parlate del nuovo Dpcm, nè di vostra zia che vi fa i regali brutti. Non compilate la lista dei regali di Natale vendicativi da fare a vostra zia, non parlate nè male nè bene del vostro vicino di casa.
E se accanto a voi c’è una piccola persona che pone domande su ciò che vede e che racconta ogni cosa che le passa per la testa, rispondete pure, ma rimanendo sul contesto e riportando il discorso sul momento. Passato il tempo stabilito, potete smettere con le foto e rimanere semplicemente in silenzio, fermi dove vi trovate o, se in cammino, tornando indietro alla partenza.
All’inizio può essere difficile, ma con il tempo anche il vostro tempo si allungherà. Ci potrebbero essere tentazioni – Non ho risposto al messaggio di Tizia – Non ho la cena!. Bene, la cosa importante è che di volta in volta riusciate sempre di piu’ a rimandarle, e a trovare un momento piu’ opportuno per occuparvene piu’ tardi.
Tutto qua. Quanto siamo fuori esercizio?
Per conferma, dopo una prima prova, provate per almeno cinque minuti a percorrere la stessa strada o rimanere nello stesso posto scorrendo le notizie sul cellulare o facendo una chiamata. Quando chiudete, guardatevi attorno e notate cosa è cambiato attorno a voi rispetto a cinque minuti prima e cosa ricordate.
Anche se vi sembra una cosa piccola, questa è attenzione.

Torta confusa #1: cheesecake gelata non cheesecake.

Per il mio trentesimo compleanno, che cadeva tre mesi e diciassette giorni fa, giorno in cui meditavo e provavo l’apertura del blog, ho fatto una torta.
Vedendola su zoom durante una videochiamata di gruppo organizzata per l’evento, un’amica mi chiedeva la ricetta e io le avevo promesso che qualche giorno dopo l’avrei messa qui, ‘Ho già iniziato a scriverla’, l’avevo illusa.
Ora voglio mantenere la promessa, con la premessa che già al tempo si trattava di una torta confusa, figuriamoci dopo tre mesi da quando mi sono inventata la ricetta.
Ricordo di aver preso delle indicazioni da un blog di cucina vero,
https://www.gnamgnam.it/2015/08/23/pasta-frolla-al-cacao-senza-burro-e-uova.htm; con questo avevo creato un’ottima base alla frolla al cacao, morbida, senza latte, fatta usando dell’olio d’oliva. Forse ci avevo aggiunto un uovo anche soltanto per oppormi al fatto che per trovare qualcosa che non contenga latte io debba necessariamente indicare su google la dicitura ‘vegano’, come se le due cose fossero sempre collegate; ma insomma, fate voi, ritengo sia buona cosa che ognuno rielabori la sua versione.
Con le dosi indicate ne era uscito un panetto abbondante, sufficiente quasi per due fondi. Niente, se ve ne avanza ne fate dei biscotti, delle ciambelline o dei panetti ripieni di marmellata,o perchè no, delle decorazioni per l’albero di Natale, tanto il forno è già accesso.
Dopodichè è venuta la parte del ripieno. L’idea era quella di fare una cheescake, ma in una zona come la nostra cercare un formaggio morbido e fresco che non sia fatto col latte è sufficientemente difficile (nonchè fonte di grande sospetto che nasce in coloro a cui lo si chiede); una volta trovato, devi fare un rapido calcolo e capire se non è che la torta facevi prima a fartela fare dalla pasticceria. Risolto anche questo, c’è la questione che spesso il mistone vegetale nonstainsieme e invece che fare una cheescake produci un budino informe che crolla su se stesso appena rompi la crosta (se si è formata) o dal sapore dubbio – n.b. più recentemente ho scoperto che anche soltanto con l’uso di latte di cocco solido e olio di cocco si possono fare delle magie, ma in quel periodo ancora non lo sapevo.
Quindi, dicevamo. Non ho usato un formaggio vegetale, anche perchè la quarantena non era il momento buono per uscire a fare il giro dei negozi vegani e biologici per portare avanti la difficile ricerca. Ho usato dello yogurt (1 – 1 e mezzo?) di cocco e della crema (cartoncino da 125 ml) sempre di cocco, della frutta frullata (a piacere), nello specifico frutti di bosco e pere, e qualche pezzo intero; probabilmente anche dello zucchero integrale, in parte triturato a velo.
Nel dubbio che il tutto potesse comunque crollare, una volta aggiunto il ripieno alla base, ho messo il prodotto nel congelatore per un numero imprecisato di ore, finchè non si è creato un leggero velo di brina sopra.
Come decorazione, prima di mettere in freezer, ho aggiunto dei mirtilli interi e fette di fragola, con una passata di salsa pere e zenzero.

Et voilà la cheesecake senza cheese con base fatta in forno e risultato gelato.


Logos

Che lavoro faccio? Mi occupo di parole. No, ho sbagliato. Mi occupo di linguaggio. Anzi, di logos, se volessi sottolineare una certa mania di grandezza.
Mi occupo di linguaggio e di persone e ho iniziato prima di saperlo. E da un po’ di tempo mi interesso e mi occupo di linguaggio nell’ambito dell’autismo.
Qualche giorno fa ho voluto riportare alcune riflessioni su ciò che nell’ambito logopedico si può fare. Mi rattrista sempre tanto vedere come ancora oggi, in Italia (ma magari non solo qui) tante persone, adulti, genitori, insegnanti, debbano cercare di raccogliere qualche informazione qua e là, talvolta fortunatamente grazie all’intervento di adulti autistici che raccontano la propria esperienza, ma altre invece ricevendo pochi e discutibili commenti in gruppi facebook di confronto di vario tipo dove l’argomento non si può assolutamente esaurire così. Mi chiedo come mai, se queste persone, soprattutto nell’ambito dell’infanzia e nella fascia dove il linguaggio si sta sviluppando – o non si è ancora sviluppato o lo ha fatto, ma in un modo particolare – sono seguite da medici, terapisti, educatori, anche logopedisti a volte, ci siano ancora così tante domande e così tanta confusione.
Perchè il mio bambino non parla? Perchè parla, ma non lo capisco? Perchè ripete le frasi? Perchè il suo tono di voce è particolare? Perchè urla? Perchè parla molto bene, ma non riesce a usare il linguaggio nel contesto corretto?


Posso fare molte ipotesi sulle motivazioni di questo.
Ciò che mi interessa però è riportare le mie impressioni e soprattutto come, per quanto mi riguarda, nell’autismo il linguaggio mi metta davvero davanti a tutte le sue sfaccettature, ci fa vedere quanto è complesso e vasto, quanti aspetti confluiscano in questa sola categoria e quanto sia un argomento così ramificato da non poterlo contenere dentro dei confini limitati del ‘comportamento’ e della sua ‘gestione’.
Di come vada osservato, in ognuno e in un modo diverso, vada colto come viene usato, quando, e con quale funzione, ma non solo in termini psicologici e medici, non solo in termini riabilitativi e di comportamento.
Perchè proprio qui, anche quando non c’è, anche quando non vuole partire (per andare dove poi?), anche quando è fatto di movimenti o di gesti, il linguaggio mi mostra la sua bellezza, la sua varietà, la sua utilità e forza nel far accadere le cose, ma anche il suo uso creativo con l’abilità di farlo a pezzi per ricostruirlo e riusarlo come vogliamo.
Ci mostra come un fonema possa modificare il senso di una frase, come la risonanza e la vibrazione di un’onda di una vocale possano farci distorcere ciò che sentiamo e comprendiamo, come l’arrivo di un suono inaspettato possa non essere subito gestito e ricondotto al suo significato, come sia difficile comprendere il mondo quando oltre a tutti gli stimoli già presenti nell’ambiente arrivano anche le parole a complicare tutto, magari per cercare di semplificarcelo. Ci mostra come sia affascinante decidere di prenderne dei pezzi e decidere di usarli come e quando si vuole, anche se per gli altri non vogliono dire niente, ma per quello che vogliono dire per noi. Come sia bello riuscire a fare a pezzi tutta quella roba che mi fanno sentire, finalmente, e riuscire a mettere i pezzi in ordine a modo mio dentro i miei armadietti personali da cui poi sceglierò cosa e quando tirare fuori per chiedere e raccontare ciò che voglio.

Ci sono situazioni dove a tutto questo si aggiunge la fatica di riuscire a far mettere insieme alla bocca quei benedetti pezzi compresi, archiviati, memorizzati e pronti per essere usati
E qui ancora di più non solo rivendico il ruolo della mia professione, ma rivendico il diritto ad essere osservati da qualcuno che sappia capire quanto la persona possa fare a riguardo, che sappia che collegamento c’è tra il cervello e la produzione orale, e che non consideri la bocca come una cavità da cui escono dei suoni e che funziona con degli interruttori che vanno premuti per ‘farla parlare’; il diritto di essere guidati da qualcuno che sappia riconoscere anche solo un minimo margine e sappia sfruttarlo.

Humpty Dumpty e Alice, da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Illustrazione classica di John Tenniel.

Di corsa.

Dov’è il traguardo? Cosa si vince alla fine?
No, perchè questo periodo mi sembra così ricco di gare che se proprio devo correre vorrei almeno avere qualche dettaglio…
Molti di noi stanno uscendo di casa dopo due mesi, da una situazione che non avevamo mai vissuto e io, libera professionista sanitaria con studio privato in cui mi occupo principalmente di bambini, no, non me la sono sentita di aspettare il 4 maggio seduta davanti all’ingresso con la borsa pronta per tornare al lavoro.
Ho avuto paura, mi sono sentita confusa, e per questo ho aspettato prima di mettere piani e progettare; ho avuto paura di perdere le abitudini e le scoperte fatte in questo periodo, di essere obbligata a tornare ad una normalità che non sempre mi corrispondeva.
Ho avuto paura di non saper gestire la situazione nuova, di soccombere allo stress, di non riuscire a tornare a parlare con tante persone diverse in un giorno e attraverso le mascherine. Ho avuto paura di dover scegliere e rischiare di mettere in pericolo la salute dei miei pazienti e la mia; mi sono sentita confusa su cosa fare e come farlo e se fosse opportuno farlo.
E quindi, sono stata squalificata.
Da cosa?
Dalla gara di quelli che ora vogliono a tutti i costi far sapere che la passione li spinge a riprendere e che devono farlo il prima possibile. Attenzione, non sto parlando di chi ammette che teme la situazione economica; parlo della profusione di messaggi ricchi di buone intenzioni nei quali chi, come me, si occupa di persone e terapie, si sente in dovere di far sapere che chi ha tanta passione appena possibile riapre, che chi ha tanta passione un modo lo trova, che chi ha tanta passione può resistere a tutto, che chi…
Che chi usa espressioni assolute, dovrebbe starci attento.
Perchè fanno effetto, perchè ci danno certezze, ci fanno sentire sicuri (e forse sbaglio io a non usarne così tante…), fanno sentire sicuri gli altri, che poi alla fine ci credono.
Ci credono le persone che ti ascoltano, ci credono i tuoi colleghi; ci credono anche quelli che hanno paura, che per un momento magari, se non proprio sempre sicuri di sè, vacillano e non si sentono più sicuri di niente e si sentono sbagliati perchè la loro passione si è permessa di lasciare spazio alla paura e alla confusione. E non si trovano più.
I nostri modi di esprimerci in modo assoluto non servono a nulla.
Quanto vorrei che la si smettesse di considerare appassionati e coinvolti solo coloro che sanno mettere in vetrina la loro passione e dirla a tutti, quasi a troppi, quasi troppo.
Li sto silenziando tutti, sui social, quelli che si fanno le foto con le mascherine, le visiere, gli schermi e gli occhiali al lavoro, anche quando sono ben lontani dall’occuparsi di pazienti con gravi patologie, eppure si sentono eroi perchè la passione li ha spinti fuori, perchè la paura non li ha vinti, e devono salire il gradino e dirlo a tutti.
La passione c’è anche dietro le quinte, fuori dai social, senza le foto con le didascalie importanti e ricche di patòs. Sono anche negli studi e nelle attività chiuse dove per tanti motivi le persone non parlano; forse non vogliono, forse non ci riescono. Forse sono comodi dove stanno e stanno ricaricando le batterie per evitare di rimanere senza appena usciti.
Ecco, visto, basta usare un anche e un forse una frase assoluta diventa aperta, morbida, coi confini più labili e più reali.
Come avevo previsto settimane fa, ciò che davvero sarà – ed è già -importante al diminuire dell’emergenza influenzale è la salute mentale di tutti, di chiunque, e la nostra, di persone che si occupano di altre persone, non lo è da meno: se non mi prendo cura del mio benessere non avrò benessere da trasmettere alle persone di cui mi prendo cura.
E io la pettorina con il numero di gara non la voglio.