Logos

Che lavoro faccio? Mi occupo di parole. No, ho sbagliato. Mi occupo di linguaggio. Anzi, di logos, se volessi sottolineare una certa mania di grandezza.
Mi occupo di linguaggio e di persone e ho iniziato prima di saperlo. E da un po’ di tempo mi interesso e mi occupo di linguaggio nell’ambito dell’autismo.
Qualche giorno fa ho voluto riportare alcune riflessioni su ciò che nell’ambito logopedico si può fare. Mi rattrista sempre tanto vedere come ancora oggi, in Italia (ma magari non solo qui) tante persone, adulti, genitori, insegnanti, debbano cercare di raccogliere qualche informazione qua e là, talvolta fortunatamente grazie all’intervento di adulti autistici che raccontano la propria esperienza, ma altre invece ricevendo pochi e discutibili commenti in gruppi facebook di confronto di vario tipo dove l’argomento non si può assolutamente esaurire così. Mi chiedo come mai, se queste persone, soprattutto nell’ambito dell’infanzia e nella fascia dove il linguaggio si sta sviluppando – o non si è ancora sviluppato o lo ha fatto, ma in un modo particolare – sono seguite da medici, terapisti, educatori, anche logopedisti a volte, ci siano ancora così tante domande e così tanta confusione.
Perchè il mio bambino non parla? Perchè parla, ma non lo capisco? Perchè ripete le frasi? Perchè il suo tono di voce è particolare? Perchè urla? Perchè parla molto bene, ma non riesce a usare il linguaggio nel contesto corretto?


Posso fare molte ipotesi sulle motivazioni di questo.
Ciò che mi interessa però è riportare le mie impressioni e soprattutto come, per quanto mi riguarda, nell’autismo il linguaggio mi metta davvero davanti a tutte le sue sfaccettature, ci fa vedere quanto è complesso e vasto, quanti aspetti confluiscano in questa sola categoria e quanto sia un argomento così ramificato da non poterlo contenere dentro dei confini limitati del ‘comportamento’ e della sua ‘gestione’.
Di come vada osservato, in ognuno e in un modo diverso, vada colto come viene usato, quando, e con quale funzione, ma non solo in termini psicologici e medici, non solo in termini riabilitativi e di comportamento.
Perchè proprio qui, anche quando non c’è, anche quando non vuole partire (per andare dove poi?), anche quando è fatto di movimenti o di gesti, il linguaggio mi mostra la sua bellezza, la sua varietà, la sua utilità e forza nel far accadere le cose, ma anche il suo uso creativo con l’abilità di farlo a pezzi per ricostruirlo e riusarlo come vogliamo.
Ci mostra come un fonema possa modificare il senso di una frase, come la risonanza e la vibrazione di un’onda di una vocale possano farci distorcere ciò che sentiamo e comprendiamo, come l’arrivo di un suono inaspettato possa non essere subito gestito e ricondotto al suo significato, come sia difficile comprendere il mondo quando oltre a tutti gli stimoli già presenti nell’ambiente arrivano anche le parole a complicare tutto, magari per cercare di semplificarcelo. Ci mostra come sia affascinante decidere di prenderne dei pezzi e decidere di usarli come e quando si vuole, anche se per gli altri non vogliono dire niente, ma per quello che vogliono dire per noi. Come sia bello riuscire a fare a pezzi tutta quella roba che mi fanno sentire, finalmente, e riuscire a mettere i pezzi in ordine a modo mio dentro i miei armadietti personali da cui poi sceglierò cosa e quando tirare fuori per chiedere e raccontare ciò che voglio.

Ci sono situazioni dove a tutto questo si aggiunge la fatica di riuscire a far mettere insieme alla bocca quei benedetti pezzi compresi, archiviati, memorizzati e pronti per essere usati
E qui ancora di più non solo rivendico il ruolo della mia professione, ma rivendico il diritto ad essere osservati da qualcuno che sappia capire quanto la persona possa fare a riguardo, che sappia che collegamento c’è tra il cervello e la produzione orale, e che non consideri la bocca come una cavità da cui escono dei suoni e che funziona con degli interruttori che vanno premuti per ‘farla parlare’; il diritto di essere guidati da qualcuno che sappia riconoscere anche solo un minimo margine e sappia sfruttarlo.

Humpty Dumpty e Alice, da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Illustrazione classica di John Tenniel.

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