Torta confusa #1: cheesecake gelata non cheesecake.

Per il mio trentesimo compleanno, che cadeva tre mesi e diciassette giorni fa, giorno in cui meditavo e provavo l’apertura del blog, ho fatto una torta.
Vedendola su zoom durante una videochiamata di gruppo organizzata per l’evento, un’amica mi chiedeva la ricetta e io le avevo promesso che qualche giorno dopo l’avrei messa qui, ‘Ho già iniziato a scriverla’, l’avevo illusa.
Ora voglio mantenere la promessa, con la premessa che già al tempo si trattava di una torta confusa, figuriamoci dopo tre mesi da quando mi sono inventata la ricetta.
Ricordo di aver preso delle indicazioni da un blog di cucina vero,
https://www.gnamgnam.it/2015/08/23/pasta-frolla-al-cacao-senza-burro-e-uova.htm; con questo avevo creato un’ottima base alla frolla al cacao, morbida, senza latte, fatta usando dell’olio d’oliva. Forse ci avevo aggiunto un uovo anche soltanto per oppormi al fatto che per trovare qualcosa che non contenga latte io debba necessariamente indicare su google la dicitura ‘vegano’, come se le due cose fossero sempre collegate; ma insomma, fate voi, ritengo sia buona cosa che ognuno rielabori la sua versione.
Con le dosi indicate ne era uscito un panetto abbondante, sufficiente quasi per due fondi. Niente, se ve ne avanza ne fate dei biscotti, delle ciambelline o dei panetti ripieni di marmellata,o perchè no, delle decorazioni per l’albero di Natale, tanto il forno è già accesso.
Dopodichè è venuta la parte del ripieno. L’idea era quella di fare una cheescake, ma in una zona come la nostra cercare un formaggio morbido e fresco che non sia fatto col latte è sufficientemente difficile (nonchè fonte di grande sospetto che nasce in coloro a cui lo si chiede); una volta trovato, devi fare un rapido calcolo e capire se non è che la torta facevi prima a fartela fare dalla pasticceria. Risolto anche questo, c’è la questione che spesso il mistone vegetale nonstainsieme e invece che fare una cheescake produci un budino informe che crolla su se stesso appena rompi la crosta (se si è formata) o dal sapore dubbio – n.b. più recentemente ho scoperto che anche soltanto con l’uso di latte di cocco solido e olio di cocco si possono fare delle magie, ma in quel periodo ancora non lo sapevo.
Quindi, dicevamo. Non ho usato un formaggio vegetale, anche perchè la quarantena non era il momento buono per uscire a fare il giro dei negozi vegani e biologici per portare avanti la difficile ricerca. Ho usato dello yogurt (1 – 1 e mezzo?) di cocco e della crema (cartoncino da 125 ml) sempre di cocco, della frutta frullata (a piacere), nello specifico frutti di bosco e pere, e qualche pezzo intero; probabilmente anche dello zucchero integrale, in parte triturato a velo.
Nel dubbio che il tutto potesse comunque crollare, una volta aggiunto il ripieno alla base, ho messo il prodotto nel congelatore per un numero imprecisato di ore, finchè non si è creato un leggero velo di brina sopra.
Come decorazione, prima di mettere in freezer, ho aggiunto dei mirtilli interi e fette di fragola, con una passata di salsa pere e zenzero.

Et voilà la cheesecake senza cheese con base fatta in forno e risultato gelato.


Logos

Che lavoro faccio? Mi occupo di parole. No, ho sbagliato. Mi occupo di linguaggio. Anzi, di logos, se volessi sottolineare una certa mania di grandezza.
Mi occupo di linguaggio e di persone e ho iniziato prima di saperlo. E da un po’ di tempo mi interesso e mi occupo di linguaggio nell’ambito dell’autismo.
Qualche giorno fa ho voluto riportare alcune riflessioni su ciò che nell’ambito logopedico si può fare. Mi rattrista sempre tanto vedere come ancora oggi, in Italia (ma magari non solo qui) tante persone, adulti, genitori, insegnanti, debbano cercare di raccogliere qualche informazione qua e là, talvolta fortunatamente grazie all’intervento di adulti autistici che raccontano la propria esperienza, ma altre invece ricevendo pochi e discutibili commenti in gruppi facebook di confronto di vario tipo dove l’argomento non si può assolutamente esaurire così. Mi chiedo come mai, se queste persone, soprattutto nell’ambito dell’infanzia e nella fascia dove il linguaggio si sta sviluppando – o non si è ancora sviluppato o lo ha fatto, ma in un modo particolare – sono seguite da medici, terapisti, educatori, anche logopedisti a volte, ci siano ancora così tante domande e così tanta confusione.
Perchè il mio bambino non parla? Perchè parla, ma non lo capisco? Perchè ripete le frasi? Perchè il suo tono di voce è particolare? Perchè urla? Perchè parla molto bene, ma non riesce a usare il linguaggio nel contesto corretto?


Posso fare molte ipotesi sulle motivazioni di questo.
Ciò che mi interessa però è riportare le mie impressioni e soprattutto come, per quanto mi riguarda, nell’autismo il linguaggio mi metta davvero davanti a tutte le sue sfaccettature, ci fa vedere quanto è complesso e vasto, quanti aspetti confluiscano in questa sola categoria e quanto sia un argomento così ramificato da non poterlo contenere dentro dei confini limitati del ‘comportamento’ e della sua ‘gestione’.
Di come vada osservato, in ognuno e in un modo diverso, vada colto come viene usato, quando, e con quale funzione, ma non solo in termini psicologici e medici, non solo in termini riabilitativi e di comportamento.
Perchè proprio qui, anche quando non c’è, anche quando non vuole partire (per andare dove poi?), anche quando è fatto di movimenti o di gesti, il linguaggio mi mostra la sua bellezza, la sua varietà, la sua utilità e forza nel far accadere le cose, ma anche il suo uso creativo con l’abilità di farlo a pezzi per ricostruirlo e riusarlo come vogliamo.
Ci mostra come un fonema possa modificare il senso di una frase, come la risonanza e la vibrazione di un’onda di una vocale possano farci distorcere ciò che sentiamo e comprendiamo, come l’arrivo di un suono inaspettato possa non essere subito gestito e ricondotto al suo significato, come sia difficile comprendere il mondo quando oltre a tutti gli stimoli già presenti nell’ambiente arrivano anche le parole a complicare tutto, magari per cercare di semplificarcelo. Ci mostra come sia affascinante decidere di prenderne dei pezzi e decidere di usarli come e quando si vuole, anche se per gli altri non vogliono dire niente, ma per quello che vogliono dire per noi. Come sia bello riuscire a fare a pezzi tutta quella roba che mi fanno sentire, finalmente, e riuscire a mettere i pezzi in ordine a modo mio dentro i miei armadietti personali da cui poi sceglierò cosa e quando tirare fuori per chiedere e raccontare ciò che voglio.

Ci sono situazioni dove a tutto questo si aggiunge la fatica di riuscire a far mettere insieme alla bocca quei benedetti pezzi compresi, archiviati, memorizzati e pronti per essere usati
E qui ancora di più non solo rivendico il ruolo della mia professione, ma rivendico il diritto ad essere osservati da qualcuno che sappia capire quanto la persona possa fare a riguardo, che sappia che collegamento c’è tra il cervello e la produzione orale, e che non consideri la bocca come una cavità da cui escono dei suoni e che funziona con degli interruttori che vanno premuti per ‘farla parlare’; il diritto di essere guidati da qualcuno che sappia riconoscere anche solo un minimo margine e sappia sfruttarlo.

Humpty Dumpty e Alice, da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Illustrazione classica di John Tenniel.